Vulgata errata

È di poche settimane fa la pubblicazione di un ebook dal titolo L’opinione dominante sulla crisi dell’eurozona, nel quale economisti di varie posizioni, tra cui alcuni esponenti di punta del cosiddetto mainstream, presentano il punto di vista condiviso su quanto è successo dal 2008 ad oggi nel nostro continente. Il dato saliente è che tale visione condivisa è lontana dalla vulgata che è stata ripetuta fino a diventare un vero e proprio mantra nei media e nei talkshow, e somiglia invece in modo soprendente a quanto fin dal 2011 veniva affermato con forza soltanto da pochi commentatori, relegati ai margini del del dibattito pubblico. Nel volume si sottolinea infatti come alla radice della crisi dell’eurozona non vi siano l’eccesso di debito pubblico e la scarsa disciplina fiscale, bensì l’espansione del debito privato nei paesi periferici e i crescenti squilibri determinatisi come conseguenza tra i paesi dell’eurozona.

L’integrazione finanziaria, favorita dall’adozione della moneta unica, aveva incoraggiato, negli anni precedenti la crisi, l’afflusso di capitali dal “centro” alla “periferia” dell’eurozona. Tale abbondanza di credito, lungi dal favorire la convergenza economica, aveva spinto la domanda di beni di consumo e di investimenti immobiliari, alimentando in alcuni casi (principalmente in Spagna e Irlanda) vere e proprie “bolle” finanziarie e immobiliari. Allo stesso tempo, determinando una maggiore inflazione rispetto ai paesi del “centro”, aveva minato la competitività dei paesi della periferia, accentuando gli squilibri. In un certo senso, è vero dunque che tali paesi avevano vissuto “al di sopra delle proprie possibilità”, ma ciò non era stato tanto il risultato di irresponsabilità dei rispettivi governi, quanto l’effetto della disponibilità di capitali, liberi di spostarsi e di cercare le migliori opportunità di profitto senza dover più sopportare nemmeno il rischio delle fluttuazioni del cambio.

L’irruzione della crisi del 2008 aveva fatto crollare il castello di carte, determinando quello che in gergo economico è detto “arresto improvviso” (sudden stop) dei flussi di capitali, un fenomeno fino a quel momento per lo più confinato alle economie emergenti indebitate in valuta estera. Del resto, per i paesi che lo hanno adottato, l’euro non è in fondo equivalente ad una valuta “estera”, su cui non esercitano un vero controllo? Lungi dal proteggere le economie che lo avevano adottato, l’adozione dell’euro aveva reso tali economie più vulnerabili, prive com’erano dell’ombrello protettivo fornito da una propria moneta e una propria banca centrale.

Formiche e cicale

Spesa pubblica e politiche fiscali avevano dunque poco a che fare con la dinamica descritta. Eppure fu proprio sugli stati nazionali e sui loro bilanci (dunque sui contribuenti) che fu caricato il costo dei salvataggi bancari. Ed è stato sui bilanci pubblici che, con le politiche di austerità, è stato caricato il peso dell’aggiustamento macroeconomico. Non è dunque così soprendente che, per garantire il necessario sostegno politico alle politiche di austerità fiscale, la ricostruzione corretta della crisi sia stata relegata nei circoli scientifici, mentre presso l’opinione pubblica veniva alimentata la retorica dell’eccesso di spesa e dell’insostenibilità dei sistemi pensionistici e di welfare.

Ragionare sulla crisi mettendo sul banco degli imputati non già le scelte dei singoli governi, bensì gli squilibri emersi nell’ambito dell’eurozona, vuol dire dover affrontare direttamente il tema della funzionalità della moneta unica. Vuol dire assumere una prospettiva di sistema, abbandonando l’idea, moralistica quanto caricaturale, di un’Europa fatta di popoli virtuosi e popoli indisciplinati, questi ultimi responsabili della crisi e quindi meritevoli di sopportarne i costi. Da un punto di vista sistemico, l’indisciplina dei paesi debitori non è che il riflesso, speculare, della strategia di crescita adottata dai paesi creditori. Il perseguimento di surplus commerciali da parte di alcuni paesi richiede che altri paesi realizzino deficit, e quindi si indebitino. Il “vivere al di sopra delle proprie possibilità” dei paesi della periferia non era quindi che l’altra faccia, speculare, di politiche di contenimento dei consumi nel “centro”. Le formiche tedesche, per prosperare, avevano bisogno delle cicale greche, spagnole, italiane che consumassero i beni prodotti, e alle quali veniva fornito il credito necessario.

La tanto celebrata competitività della Germania si spiega certo con coraggiose ristrutturazioni della base produttiva e investimenti, ma anche, in misura rilevante, con politiche di contenimento del costo del lavoro. L’unificazione tedesca e l’integrazione coi paesi dell’Est europeo avevano fornito un formidabile strumento di pressione sul mercato del lavoro interno; a questo si aggiunsero le riforme del governo Schroeder, che hanno ridotto le tutele e indebolito ulteriormente la forza negoziale dei lavoratori. Le politiche dei redditi tedesche, contenendo salari e consumi interni, alimentavano d’altra parte i canali del credito concesso ai paesi periferici, mercati di sbocco dei prodotti che la domanda interna tedesca non assorbiva. Se l’orientamento all’export e l’accumulo di surplus commerciali non era certo una strategia nuova per la Germania, la novità era la possibilità di praticarla nel contesto di un sistema di cambi irreversibilmente fissi (laddove, in un sistema di cambi flessibili, lo squilibrio sarebbe stato riassorbito da un riallineamento tra le valute).

Ordoliberismo

Le politiche di austerità e le riforme strutturali vanno lette come una risposta agli squilibri descritti. Esse puntano ad ottenere attraverso una svalutazione “interna” di salari e prezzi ciò che non è più ottenibile operando sul cambio, e comportano in pratica che gli altri paesi recuperino competitività seguendo la Germania sulla strada della svalutazione del lavoro. Il costo del riequilibrio è così interamente sopportato dai paesi in crisi, che soffrono elevati livelli di disoccupazione, arretramento nei diritti, un ridimensionamento del welfare.

È importante sottolineare che l’ostinazione ideologica con cui si perseguono politiche di austerità non è qualcosa che può essere facilmente superato con una modifica degli equilibri politici nei paesi europei o nell’Europarlamento. L’ordoliberismo, l’impostazione culturale-ideologica che orienta l’azione politica tedesca, è un tutt’uno con il modello di sviluppo tedesco, orientato alla competitività e all’export. Ed è ormai iscritto in modo profondo nell’assetto istituzionale dell’Europa, nei trattati che regolano i rapporti fiscali e le modalità di azione della banca centrale. Qualunque revisione della strategia di politica economica europea, che puntasse al rilancio della domanda interna in Europa (il principale mercato del pianeta) invece che ad un irrealistica estensione all’intero continente del modello di crescita tedesco trainato dall’export, dovrebbe fare i conti con una revisione profonda delle regole ma, soprattutto, con la resistenza del paese più forte, restio a modificare il proprio modello di sviluppo “vincente”.

Un tale cambiamento è reso quanto mai arduo dal fatto che la crisi ha modificato in modo significativo i rapporti di forza interni all’Unione: quello che doveva essere un rapporto tra pari è diventato una relazione fortemente asimmetrica, in cui un paese è in grado di imporre le proprie condizioni a tutti gli altri. Alla radice di tale asimmetria è il fatto che i paesi “debitori” necessitano dell’ombrello protettivo della banca centrale, che per garantire il proprio sostegno forzando in alcuni casi le maglie dei trattati, necessita dell’assenso dei paesi creditori.

Quando il governo di Tsipras si è arreso

Quanto forte possa essere tale pressione è emerso in tutta evidente lo scorso luglio, quando il governo greco di Tsipras ha dovuto arrendersi alle richieste dell’eurogruppo, visto che l’alternativa sarebbe stato il prosciugamento della liquidità delle banche greche, e quindi l’uscita disordinata dall’euro e il tracollo del sistema finanziario del paese. Questo non ha comportato solo l’accettazione di obiettivi di bilancio irrealistici; le condizioni imposte e accettate entrano nel dettaglio di ambiti che non sarebbero materia comunitaria, e il governo greco si è impegnato a concordare preventivamente ogni iniziativa legislativa con le istituzioni che rappresentano i creditori. Una forma di tutela mai vista prima in tempo di pace.

Le raccomandazioni che gli organi “tecnici” europei impongono agli stati attraverso tale condizionalità ne stanno modificando profondamente la struttura economica. Le riforme puntualmente elencate nelle raccomandazioni ufficiali e ufficiose, come la famosa lettera della Bce dell’estate 2011, puntano sulla deregolamentazione del mercato del lavoro, la liberalizzazione dei settori “protetti”, a cominciare dai servizi di pubblica utilità, la riduzione della generosità dei sistemi pensionistici pubblici, le privatizzazioni. La “modernizzazione” in atto non è neutrale, ma risponde ad una progetto di ristrutturazione in senso liberale delle economie europee, in direzione di un ridimensionamento del ruolo dei sindacati, del sistema di protezioni e tutele del lavoro, del welfare, del ruolo dello stato nell’economia.

Un esito forse non previsto, ma non imprevedibile. Non dimentichiamo che l’architettura dell’euro è figlia di una stagione precisa. Il clima culturale-ideologico degli anni Novanta in campo economico vedeva l’egemonia dal paradigma monetarista. Un impianto segnato dall’assunto che la stabilizzazione macroeconomica fosse non necessaria se non addirittura controproducente, e quindi fosse desiderabile limitare fortemente gli spazi della politica fiscale, e dall’ìdea che l’unico obiettivo ragionevole per la politica monetaria fosse la difesa dell’inflazione. La moneta senza stato era il modo più efficace per imporre la disciplina ai governi. Il cosiddetto “vincolo esterno” avrebbe costretto le opinioni pubbliche recalcitranti ad accettare quelle riforme che risultava difficile realizzare per via democratica. Un modo per contrastare, si diceva, le spinte populiste.

Il sogno degli Stati Uniti d’Europa

È ancora una volta la vicenda greca a mettere in luce come oggi la posta in gioco non sia tanto economica (vista anche l’esiguità dei valori in discussione) ma politica. Il tema è lo spazio di manovra per un paese che, a seguito di una scelta democratica, voglia deviare dalla strada tracciata dalle istituzioni europee. Un analogo conflitto si manifesta peraltro tra vincoli europei e principi scritti nelle costituzioni nazionali: si pensi al caso dell’art. 81 sul pareggio di bilancio, che sembra essere diventato una sorta di super-principio capace di limitare la portata dei giudizi di incostituzionalità.

Rispetto a questa tensione, che alimenta come reazione il diffondersi di un sentimento anti-europeo e la crescita delle forze politiche euro-scettiche, una risposta, particolarmente sentita a sinistra, è quella di invocare il “completamento” dell’unione monetaria, cui dovrebbe essere affiancata un’unione fiscale e quindi politica. Il sogno degli Stati Uniti d’Europa è ancora capace di scaldare il cuore e la mente di molti europei. La ricetta in questo senso è abbastanza chiara nelle sue linee di fondo: rafforzamento degli organi rappresentativi, per restituire democraticità alle decisioni europee; creazione di un bilancio federale in grado di attenuare con trasferimenti tra stati gli squilibri generati dal mercato; condivisione del debito a livello europeo; riforma del mandato della banca centrale, che non dovrebbe essere più limitato al solo controllo dell’inflazione.

Quanto sia lontana tale prospettiva non può tuttavia sfuggire a chi consideri la situazione con il dovuto realismo. Il progetto di un’unione più stretta e solidale si scontra con il dichiarato rifiuto dei paesi del Nord Europa di farsi carico dei problemi economici del Sud. L’unione fiscale accettabile per i contribuenti tedeschi, olandesi, austriaci – così viene puntualmente ribadito – non può essere una transfer union, un’unione che implichi trasferimenti fiscali sistematici tra stati.

Anche sul versante del rafforzamento della democrazia, a meno di pensare che basti un po’ di ingegneria istituzionale, il problema di creare un demos europea non sarebbe certo risolto dal rafforzamento di qualche organo rappresentativo o l’elezione diretta della commissione. Tali riforme rischiano di essere puramente formali in assenza di un sentimento di comune appartenenza, di un legame di solidarietà orizzontale che ad oggi manca. Purtroppo, negli anni recenti, diffidenze e distanze tra gli europei sono aumentate, è cresciuto il risentimento reciproco e rappresentazioni caricaturali di tedeschi, greci, italiani; in questo contesto ogni progetto di riforma delle istituzioni europee calato dall’alto rischia di essere un ulteriore atto di hybris da parte di un’élite.

Ciò che è realisticamente sul tavolo, dati i rapporti di forza esistenti, è ben altro. Quando il ministro tedesco Schäuble parla di unione politica, indica null’altro che un rafforzamento del sistema di vincoli e di controlli che limitino ulteriormente gli spazi di politica fiscale del governo. Per ammissione dello stesso presidente Draghi, la prospettiva di una reale unione fiscale, che dovrebbe prevedere qualche forma di mutualizzazione del debito, non è all’ordine del giorno; a suo giudizio l’unica strada è quella di procedere con ulteriori dosi di integrazione finanziaria, affidando ai mercati e alla flessibilità del lavoro il compito di assorbire gli squilibri.

Un progetto “scippato”

Il quadro delineato descrive un’Europa ben diversa da quella auspicata da generazioni di europeisti. È come se tale progetto fosse stata scippato e dirottato. Non occorre dilungarsi sulle ragioni che hanno spinto molti di noi a sostenere con convinzione il progetto di integrazione: la promessa di pacificazione tra gli stati nazionali, la possibilità di un ruolo geopolitico autonomo per l’Europa, la possibilità di recuperare, ad un livello sovranazionale, una capacità di governo dei processi economici che sembrano progressivamente sfuggire al controllo politico. Ma soprattutto l’ancoraggio al modello sociale europeo, coi suoi elevati standard di sicurezza, protezione sociale, tensione verso un’equa distribuzione delle risorse.

L’altezza di questo ideale rischia oggi però di imprigionarci in un atteggiamento romantico e acritico. Il rischio è dare per scontato che ogni progetto di integrazione, indipendentemente dai modi e dalle forme, sia intrinsecamente buono e comporti di per sé un avanzamento della democrazia, della libertà e della solidarietà. Non dovremmo invece dimenticare quanto scriveva, già nel 1938, Fridrich von Hayek, nume tutelare del pensiero neoliberale e liberista: nella sua visione, il “federalismo tra stati” avrebbe fatalmente ridotto gli spazi di ingerenza del governo nell’attività economica, e quindi la possibilità di perseguire politiche interventiste di carattere regolatorio o redistributivo. L’eterogeneità di interessi, la mancanza di un senso di comunità sufficientemente forte avrebbero reso lo stato federale uno stato debole, molto simile allo “stato minimo” auspicato dall’economista austriaco.

Se l’Europa ideale si giustificava come affermazione del modello sociale europeo, l’Europa reale sembra esserne oggi la negazione, con la spinta a ridurre le tutele del lavoro e a smantellare il sistema di welfare pubblico. La cosa peggiore sarebbe accorgersi, troppo tardi, che un progetto che è nato come forma di difesa dagli eccessi della globalizzazione non regolate, è diventato, per errori di disegno e scarsa consapevolezza delle classi dirigenti, strumento di realizzazione di quel progetto neoliberista che si voleva contrastare.