Il primo mi pare che sia stato proprio Matteo Renzi, a fine ottobre, in piena campagna referendaria. Dovendo togliersi di dosso l’immagine di esecutore delle politiche di rigore dell’Unione europea, dichiarò che il suo governo si sarebbe opposto all’introduzione del fiscal compact nei trattati europei. Ma l’idea ormai circola, e sono convinto che diventerà uno slogan molto gettonato nella battaglia politica dei prossimi mesi.

Nel 2017 è infatti calendarizzata la decisione di elevare il fiscal compact, che è un trattato intergovernativo, al rango di legislazione comunitaria. Dandogli in questo modo, si intende, una maggiore forza e un sigillo di definitività.

Tutta la questione rischia di essere tuttavia una grande illusione ottica, e la relativa battaglia politica una classica lotta contro i mulini a vento; non nel senso di battaglia persa, bensì di battaglia inutile, se non sul piano meramente simbolico. Vediamo perché.

Il fiscal compact, il cui nome ufficiale è Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria è stato il punto culminante del processo di definizione dei vincoli di bilancio che hanno caratterizzato la fase dell’austerity negli anni successivi alla crisi finanziaria. Il trattato fu preparato nel 2011, approvato nel 2012, e ratificato dal nostro paese nel corso dello stesso anno, mentre era in carica il governo Monti.

Cosa prevede? In breve, vincola i paesi che lo sottoscrivono

  • a inserire nella legislazione di ciascun paese, preferibilmente con norme di rango costituzionale, del principio del pareggio di bilancio, inteso come rispetto della normativa europea in materia di deficit e riduzione del debito;
  • a introdurre correzioni automatiche quando gli obiettivi di bilancio non sono raggiunti;
  • a sottoporsi ad un automatismo più rigido nell’applicazione delle sanzioni in caso di infrazione.

È interessante notare che, essendo l’applicazione delle sanzioni regolata dalla legislazione comunitaria, non modificabile da un accordo intergovernativo, l’automatismo delle sanzioni è realizzato attraverso un dispositivo pattizio, che ricorda la logica di certi patti di sangue: è infatti previsto, quando la normativa comunitaria lasci qualche discrezionalità politica, l’impegno reciproco dei paesi sottoscrittori a votare contro ogni eccezione all’applicazione della sanzione.

Spesso si sente dire che sia stato il fiscal compact a introdurre tra i vincoli europee l’obiettivo di pareggio di bilancio e la regola di rientro dal debito (che impegna i paesi a ridurre ogni anno di 1/20 la differenza tra il rapporto debito/PIL corrente e il livello obiettivo del 60%). Tale affermazione è però errata: sia l’obbligo di convergere entro tempi definiti verso l’obiettivo di medio termine, vicino al pareggio di bilancio strutturale1, sia la regola del debito erano infatti già previste dalle norme comunitarie, essendovi state introdotte tra il 2010 e il 2011, dunque precedentemente al fiscal compact, da un insieme di direttive note come Six Pack.

Se consideriamo che l’impegno più rilevante previsto dal fiscal compact, quello della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, è stato già attuato dal nostro paese (peraltro andando anche oltre quanto richiesto dal trattato), viene da chiederci quale sia la reale differenza tra quanto previsto da questo trattato e quanto già previsto dalla normativa europea.

La risposta è semplice: niente di realmente rilevante. Come ho detto, cambiano alcuni automatismi nell’applicazione delle procedure di infrazione ai paesi disobbedienti, e vi sono alcune marginali differenze nella stringenza dei vincoli, dell’ordine di pochi punti decimali. Ma l’inserimento del fiscal compact nei trattati, al di là del valore simbolico che – intendiamoci – ha comunque la sua importanza, non modificherebbe in modo apprezzabile l’orientamento strutturalmente pro-austerity dei trattati, né la sua bocciatura ci darebbe spazi apprezzabili di manovra.

Proprio per questo, proprio perché la questione è ormai quasi priva di sostanza, nonché per il fatto che un’applicazione rigida di quelle norme si è già scontrata in questi anni con problemi di applicabilità di natura politica, non possiamo escludere che possa essere la stessa Germania a mostrare magnanimità e a proporre l’accantonamento dell’accordo. In fondo la rinuncia a regole rigide ha anche dei vantaggi: consente di dosare la severità della loro applicazione a seconda della contingenza politica, così da sostenere o mettere in difficoltà un governo nazionale a seconda che realizzi o meno le “riforme” richieste. Del resto è così da tempo, visto che la stessa flessibilità tanto sbandierata alla fine non fa che prevedere uno scambio tra spazi di bilancio (misurati in decimali) e riforme, queste ultime sempre intese nel senso della privatizzazione, della riduzione della spesa pubblica e della deregolamentazione del mercato del lavoro, quando non addirittura la modifica della forma di governo come si è tentato di recente in Italia. Sostegno di bilancio contro riforme: in fondo, per chi la ricorda, la vecchia idea dei contractual agreements di Van Rompuy di cui si parlava qualche anno fa.

La verità è che si continua ad ignorare che il vero veicolo della politica di austerity non sono le regole, bensì la disparità di forza politica tra i paesi europei, tra creditori e debitori, dove la vulnerabilità di questi ultimi è diretta conseguenza dell’adozione della moneta unica. Solo rimettendo in discussione l’euro sarà possibile lasciarsi alle spalle la stagione dell’austerità e della svalutazione del lavoro.



  1. Unica differenza a questo riguardo è che il fiscal compact prevede che lo scostamento massimo dal pareggio, che i trattati fissano all’1%, sia consentito solo ai paesi con debito inferiore al 60%, mentre per gli altri tale limite si riduce allo 0,5%.